Festa della donna 8.03.2026



























LE OPINIONI DI FABIO PORTA


REMIGRAZIONE, IL NUOVO VOLTO DEL RAZZISMO
L’Italia e l’Europa devono all’emigrazione e all’immigrazione la loro identità
Da almeno duemila anni l’identità dei popoli europei si è alimentata e consolidata grazie alla dialettica tra popoli e culture diverse: dalla grande intelligenza con cui l’Impero romano seppe inglobare e assimilare genti e tradizioni diverse e lontane alla mobilità continua di persone che hanno forgiato e riscritto la fisionomia di interi popoli. «Non c’è paese occidentale – ha scritto il filosofo Mariano Croce – che sia stato capace di mantenersi in vita senza ibridarsi per tramite dei flussi migratori.» «Eppure – continua il filosofo italiano – l’Europa tratta oggi la figura del migrante come quell’importuna anomalia il cui definitivo superamento le garantirebbe un futuro di rinnovata prosperità».
In Italia si è addirittura arrivati a parlare esplicitamente di “remigrazione”, cercando di dare legittimità teorica e normativa ad un concetto che se applicato alla nostra storia comporterebbe il rientro forzato di decine di milioni di italiani dall’estero. Una “svolta culturale” regressiva, indice al tempo stesso di profonda ignoranza, di cinico egoismo e sostanzialmente di una pulsione razzista celata dietro ad una presunta purezza delle radici culturali e delle tradizioni storiche.
La “remigrazione” viene così presentata come un processo di ripristino dell’ordine rispetto al disordine creato da quei governi incapaci di erigere muri o barriere per fermare la cosiddetta “invasione” straniera. Il paradosso di tali proclami non è soltanto quello di non tenere conto della storia migratoria dell’Italia e dell’Europa (che semmai dovrebbero rafforzare una legislazione sulla cittadinanza inclusiva con riferimento tanto alle comunità emigrate quanto a quelle immigrate regolarmente residenti) ma anche quello di trascurare un dato per niente irrilevante, e cioè che il “vecchio continente” (e l’Italia ‘in primis‘) è afflitto da una recessione demografica strutturale che dovrebbe consigliare politiche mirate e intelligenti proprio in materia di immigrazione.
L’equivoco è semplice per quanto drammatico: le migrazioni cessano di essere un tema di pianificazione strategica e di politica amministrativa per divenire materia di lotta identitaria e scontro ideologico, alla faccia della nostra storia e soprattutto delle nostre necessità. La ricerca del nemico, o meglio del “capro espiatorio”, sul quale riversare tutte le nostre frustrazioni e al quale addebitare ogni responsabilità su temi delicati e complessi come sicurezza, crescita e sviluppo, finisce così con l’impoverire un dibattito politico che dovrebbe concentrarsi sui programmi e non sugli slogan.
La maniera miope e masochista con la quale il governo italiano ha affrontato in questa legislatura il tema della cittadinanza, negandola di fatto agli italiani in possesso di doppia nazionalità e rendendola sempre più difficile per i giovani stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, è la dimostrazione più evidente e per certi versi imbarazzante di questo deficit di cultura politica e sociale.
Uno dei maggiori pensatori del secolo scorso, Jurgen Habermas, parlava di “patriottismo costituzionale” per sostenere la tesi di una società dove la convivenza potesse fondarsi sul comune riconoscimento dei principi costituzionali fondamentali. Per decenni è stato il principio grazie al quale i nostri emigrati hanno potuto integrarsi in Paesi e nazioni a noi distanti e non soltanto geograficamente. Un principio moderno ma non lontano dallo “status civitatis” degli antichi romani. Il contrario esatto della “remigrazione”.

Migrazioni italiane, tra memoria storica e coscienza civile: dal naufragio del Sirio alla tragedia di Marcinelle
La storia delle migrazioni italiane costituisce una delle trame più profonde e meno pacificate del nostro Novecento, un laboratorio di identità collettiva nel quale si intrecciano povertà e modernizzazione, Stato nazionale e diaspora, lavoro e diritti. Fin dalla fine dell’Ottocento, l’Italia si è configurata come “Paese d’emigrazione” sistemica: milioni di persone hanno lasciato le campagne e le periferie urbane per dirigersi verso le Americhe e, successivamente, verso i Paesi europei più industrializzati, in un flusso che ha ridisegnato la geografia sociale del Paese. In questo lungo processo due tragedie, il naufragio del piroscafo Sirio nel 1906 e il disastro minerario di Marcinelle nel 1956, emergono come veri e propri snodi simbolici, capaci di dare forma alla memoria e di interrogare la nostra coscienza civile.
Il Sirio era un piroscafo costruito a Glasgow nel 1883, destinato in larga misura al trasporto di emigranti italiani verso le Americhe. Il 4 agosto 1906, mentre navigava lungo le coste spagnole in prossimità di Capo Palos, nei pressi di Cartagena, si schiantò contro i bassi fondali delle Hormigas, probabilmente a causa di una rotta troppo vicina alla costa scelta per abbreviare il tragitto e incrementare la redditività del viaggio. A bordo si trovavano centinaia di passeggeri, in gran parte emigranti di terza classe, spesso stipati in condizioni igieniche precarie; la storiografia parla di un numero di vittime compreso tra le 293 e le 500, con alcuni resoconti che ipotizzano oltre 500 morti, anche a causa della presenza di clandestini non registrati.
L’inchiesta successiva mise in luce la responsabilità del comando e la pratica, non episodica, dell’imbarco clandestino di emigranti dietro compensi in denaro, evidenziando come il Sirio fosse anche il teatro di una sistematica mercificazione della speranza migrante. Il naufragio, uno dei più gravi disastri navali della marina mercantile italiana, si iscrive così in una storia più ampia: quella di un sistema di trasporto transoceanico dominato da compagnie private, intermediari e “padroni del vapore”, nel quale la vita degli emigranti valeva meno della capacità di riempire le stive. Il viaggio, concepito come passaggio verso un possibile riscatto sociale, si trasformò in un luogo estremo di rischio, rivelando la distanza tra la retorica del “nuovo mondo” e la realtà materiale delle rotte migratorie.
Cinquant’anni più tardi, in un’Europa uscita dai traumi della guerra e avviata alla ricostruzione industriale, la tragedia di Marcinelle ripropose, in un contesto diverso, la medesima vulnerabilità della forza lavoro migrante. L’8 agosto 1956, nella miniera di carbone Bois du Cazier, presso Marcinelle, in Vallonia, un incendio causato dalla combustione di olio ad alta pressione innescata da una scintilla elettrica nel condotto principale d’entrata dell’aria riempì di fumo i livelli sotterranei, provocando la morte di 262 lavoratori su 275 presenti. Tra le vittime, di dodici nazionalità diverse, ben 136 erano italiani, in gran parte provenienti da regioni come Abruzzo e Calabria, che pagarono il prezzo umano più alto.
La presenza dei minatori italiani in Belgio era il frutto di una precisa scelta politico‑economica: il protocollo italo‑belga firmato a Roma il 23 giugno 1946 prevedeva l’invio di 50.000 lavoratori italiani nelle miniere belghe in cambio di forniture di carbone, secondo la formula che la storiografia ha sintetizzato come “accordo uomini contro carbone”. Per ogni 1.000 minatori reclutati, il Belgio si impegnava a consegnare all’Italia almeno 2.500 tonnellate di carbone al mese; un altro testo ricorda anche la cifra di 200 kg di carbone al giorno per ogni lavoratore disceso in miniera. In questo quadro, l’emigrazione non era più solo risposta spontanea alla miseria, ma parte integrante di una strategia di approvvigionamento energetico e ricostruzione industriale, dove la persona migrante veniva ridotta a unità di scambio.
Marcinelle, dunque, non è soltanto una tragedia mineraria: essa rivela i limiti profondi di un sistema che, pur formalmente regolato, non riuscì a garantire adeguati standard di sicurezza, formazione tecnica e tutela effettiva ai lavoratori immigrati, spesso relegati alle mansioni più pericolose e meno qualificate. La figura del “muso nero” italiano, stigmatizzata socialmente e sfruttata economicamente, concentra in sé gli elementi di razzismo strutturale, gerarchia etnica del lavoro e fragilità giuridica che caratterizzarono una parte significativa della storia dell’emigrazione europea verso i bacini industriali del Nord.
Tra il Sirio e Marcinelle scorre mezzo secolo di trasformazioni politiche e sociali, ma la continuità della condizione migrante è impressionante. Nel primo caso, l’assenza di regole stringenti e la prevalenza dell’interesse privato sulla sicurezza trasformarono la traversata oceanica in un azzardo mortale; nel secondo, gli accordi internazionali e la formalizzazione giuridica dell’emigrazione non impedirono che i lavoratori fossero esposti a rischi sistemici, in ambienti di lavoro insalubri e poco attrezzati per gestire le emergenze. In entrambi i casi, l’emigrante italiano appare come soggetto subordinato alle logiche del profitto e della produzione, raramente pienamente titolare di diritti esigibili.
Questi eventi hanno lasciato tracce profonde nella memoria pubblica italiana, alimentando un processo di progressiva presa di coscienza sul ruolo dello Stato nella tutela dei propri cittadini all’estero. Il disastro di Marcinelle, in particolare, ha contribuito a ridefinire il dibattito sulla sicurezza del lavoro minerario e, più in generale, sulla protezione sociale degli emigranti, facendo emergere l’urgenza di strumenti normativi più efficaci e di una rappresentanza politica più solida delle nostre comunità nel mondo. Non è un caso che, a distanza di decenni, il Bois du Cazier sia stato trasformato in sito memoriale e museale, a testimonianza di una tragedia che appartiene alla storia europea del lavoro e non solo a quella italiana.
Nell’era contemporanea, segnata da nuovi e complessi flussi migratori, questa memoria storica assume un significato ulteriore. L’Italia, da Paese di emigrazione, è oggi anche terra di immigrazione: un crocevia nel Mediterraneo in cui si incrociano le rotte di quanti fuggono da guerre, instabilità e disuguaglianze globali. La memoria del Sirio e di Marcinelle ci invita a riconoscere, nelle vicende di chi oggi attraversa il mare in condizioni di estremo pericolo, le stesse fragilità, lo stesso bisogno di protezione e la medesima aspirazione alla dignità che animarono le generazioni dei nostri emigranti.
In questo senso, ricordare non è un gesto rituale, ma un atto politico. La memoria delle tragedie migratorie italiane ci obbliga a considerare la centralità della persona migrante nelle politiche pubbliche: nella regolazione dei flussi, nelle condizioni di viaggio, nella tutela del lavoro, nei percorsi di integrazione sociale. Sirio e Marcinelle sono moniti contro ogni forma di amnesia collettiva che, rimuovendo il passato, rende più facile giustificare la marginalizzazione dei migranti di oggi e accettare come “inevitabili” nuove catastrofi alle frontiere o nei luoghi di lavoro.
Per l’Italia, che ha esercitato a lungo il ruolo di esportatrice di forza lavoro e che oggi si confronta con l’arrivo di nuove comunità dall’Africa, dall’Asia e dall’Europa orientale, la memoria migratoria è un patrimonio civile che dovrebbe orientare la governance delle migrazioni contemporanee. Essa suggerisce un modello alternativo alla mera gestione emergenziale o securitaria, fondato sull’equilibrio tra esigenze economiche e tutela dei diritti fondamentali, tra responsabilità nazionale e cooperazione europea. La qualità della democrazia italiana — e, più in generale, della democrazia europea — si misura anche nella capacità di non riprodurre, sotto forme nuove, la logica degli “uomini contro carbone”.
Nel ricordo del Sirio e di Marcinelle, dunque, non celebriamo soltanto il dolore e il sacrificio di quanti hanno perso la vita lungo le rotte dell’emigrazione. Riconosciamo, piuttosto, la continuità di una storia che ci appartiene e che ci interpella ancora. Sta a noi, oggi, trasformare quella memoria in coscienza attiva e in responsabilità politica, affinché le migrazioni non siano più sinonimo di vulnerabilità estrema, ma di mobilità libera e dignitosa. Solo così il patrimonio storico delle comunità italiane nel mondo potrà contribuire a edificare un futuro più giusto per tutti coloro che, ovunque, cercano un’altra terra in cui vivere.
AMBIENTE. PORTA: ECOCIDIO SIA CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ, ITALIA IN PRIMA FILA
“Riconoscerlo nello Statuto di Roma. Porterò la proposta in Commissione”
(Roma, 8 luglio 2026) – «L’ecocidio non è più uno slogan ambientalista: è una categoria giuridica che bussa alle porte del diritto internazionale. L’Italia deve essere in prima fila nel sostenerne il riconoscimento come crimine contro l’Umanità nello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale». Lo ha detto l’On. Fabio Porta, deputato eletto nella circoscrizione Estero – America Meridionale, aprendo ieri nella Sala Stampa di Montecitorio la conferenza “Verso l’ecocidio, crimine contro l’Umanità”, promossa dalla Cattedra UNESCO dell’Università Nazionale de La Plata e dall’Associazione Ambientevivo.
«La criminalità ambientale vale tra i 110 e i 281 miliardi di dollari l’anno, è la terza attività criminale al mondo e cresce del 5-7% ogni anno – ha ricordato Porta. Con la legge 68 del 2015 sugli ecoreati e la Direttiva UE 2024/1203 siamo nel momento delle scelte decisive. È ormai maturo il passo ulteriore, già sollecitato dall’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani: riconoscere l’ecocidio come crimine autonomo di diritto internazionale».
«Porterò questa proposta nel lavoro delle Commissioni parlamentari e nelle sedi interparlamentari, a partire dal dialogo Euro-Latinoamericano dove l’Italia ha una responsabilità particolare – ha concluso il deputato –. Chi distrugge l’ambiente, distrugge l’umanità: il diritto internazionale deve finalmente riconoscerlo».

SIAMO TUTTI MIGRANTI
Papa Leone XIV a Lampedusa, tredici anni dopo la storica visita di Papa Francesco
Come Papa Bergoglio, figlio di immigrati piemontesi in Argentina, anche Papa Prevost è figlio della storia dell’immigrazione straniera nelle Americhe. Forse è proprio per questo che lo scorso 4 luglio, anniversario dei 250 anni di indipendenza degli Stati Uniti, Leone XIV abbia scelto Lampedusa, la “porta dell’Europa”, per lanciare ai potenti del mondo il suo accorato appello all’accoglienza e alla cooperazione internazionale in continuità con il magistero del suo predecessore che esattamente tredici anni prima e proprio dalla piccola isola del Mediterraneo ci ricordò che “siamo tutti migranti!”
Sì, “tutti”, anche se c’è sempre qualcuno che ancora oggi si diletta a fare le classifiche tra “immigrati di serie A e di serie B” dimenticando che l’intera storia dell’umanità è di fatto “storia delle migrazioni” e che le sofferenze e i sacrifici dei nostri immigrati di fine ottocento e inizio novecento non sono poi così diversi da quelli di coloro che ancora oggi fuggono dalla guerra e dalla fame per cercare altrove un futuro migliore.
Eppure in Europa e nel mondo crescono sempre di più le forze xenofobe e razziste che soffiano sul fuoco dell’intolleranza impedendo ai governi di prendere decisioni coraggiose e lungimiranti in materia di immigrazione, anche quando queste sarebbero necessarie per lo sviluppo di quei Paesi.
Il Papa lo ha detto senza mezzi termini: “C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate.”
L’America “Maga” di Trump ha scelto senza infingimenti né ipocrisie la strada dei muri e dei respingimenti; la stessa Unione Europea, invece di promuovere una immigrazione regolare e regolata, magari in ragione della sua tradizione migratoria e dei suoi valori di civiltà e accoglienza, preferisce la politica dello struzzo e le scorciatoie securitarie; unica eccezione, forse, la Spagna che anche grazie a coraggiose scelte in materia di regolarizzazione degli immigrati e di apertura ai migranti latino-americani è oggi uno dei pochi Paesi europei a crescere in maniera significativa e costante. Ma si tratta di un caso isolato.
E tutto ciò nonostante, come ci ricorda sempre Papa Prevost, “la sua posizione geografica e il suo assetto istituzionale” che consentirebbero al vecchio continente “di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, cosicché nessuno sia costretto a emigrare.”
Le parole del Papa a Lampedusa hanno la forza prorompente della profezia e ci ricordano che nessun uomo e nessuna donna è straniero o straniera; e che abbiamo il dovere di agire ogni giorno per una società in cui ogni persona si senta cittadino, riconosciuto nella sua identità e rispettato nella sua dignità.
Parole che non a caso sono state pronunciate nell’ultimo lembo dell’Italia e quindi dell’Europa, una nazione ed un continente dove storia e destini sono profondamente legati alle tragedie delle due guerre mondiali e alla grande epopea dell’emigrazione nelle Americhe. Una storia che troppo spesso dimentichiamo o preferiamo riscrivere, forse per paura di rileggerla negli occhi dei nuovi migranti.

L’On. Fabio Porta rende omaggio ad Anita Garibaldi nella celebrazione promossa dalle Ambasciate di Brasile e Uruguay
(Roma, 4 agosto 2026) – In occasione della cerimonia dedicata ad Anita Garibaldi, promossa dall’Ambasciel Brasile e dall’Ambasciata dell’Uruguay, in prossimità del monumento a Lei dedicato sul Gianicolo, a Roma, l’On. Fabio Porta ha rivolto un saluto istituzionale sottolineando il valore simbolico e l’attualità della figura dell’“eroina dei due mondi” e del suo legame con l’Italia e con l’America Latina.
In particolare, l’On. Porta, nel suo intervento, ha ricordato come la relazione tra Italia e Brasile sia «straordinaria, antica e forte», e come le istituzioni si impegnino a rafforzarla anche attraverso la diplomazia parlamentare e i gruppi di amicizia italo-brasiliani.
Inoltre, l’On. Porta ha richiamato il sodalizio tra Anita e Giuseppe Garibaldi come «l’emblema più bello dell’unione tra i nostri due Paesi», evidenziando come questa unione sia rappresentata da una donna coraggiosa, esempio di libertà, impegno e sacrificio in nome di ideali condivisi tra Europa e America Latina.
Porta ha anche ricordato che, per l’Italia, il 2026 è un anno particolarmente significativo, segnando gli 80 anni dal riconoscimento del diritto di voto alle donne e dall’avvio del processo costituente che ha posto le basi della nostra democrazia repubblicana; in questo contesto, la celebrazione di Anita Garibaldi assume un valore ulteriore, intrecciando memoria storica, protagonismo femminile e costruzione della cittadinanza democratica.
«È con grande orgoglio e con profondo onore – ha dichiarato Porta – che rivolgo questo saluto in occasione dell’anniversario della morte di Anita Garibaldi, un’eroina che noi consideriamo a tutti gli effetti anche italiana, così come i brasiliani considerano Giuseppe Garibaldi un eroe del loro Paese. Viva l’Italia, viva il Brasile», ha concluso, rinnovando il ringraziamento alle ambasciate del Brasile e dell’Uruguay per l’invito e per il loro costante impegno nel consolidare i legami tra le due sponde dell’Atlantico.

PORTA: NON DIMENTICARE I NOSTRI CONNAZIONALI DETENUTI IN VENEZUELA
La pausa estiva non può farci dimenticare il dramma, acuito dal recente terremoto, dei nostri connazionali detenuti nelle carceri venezuelane.
Ho incontrato a Roma Maria Rosa De Grazia e Valeria Ranieri, parenti di alcuni dei detenuti italo-venezuelani dei quali chiediamo da mesi notizie sulle loro condizioni e soprattutto il rispetto dei diritti che dovrebbero essere garantiti a tutti coloro sottomessi a misure detentive, nel pieno rispetto delle convenzioni internazionali dei diritti dell’uomo.
Di questi nominativi ho ricevuto un dettagliato dossier dalle mani di queste due donne coraggiose: 1. José Luongo 2. Juan Carlos Marrufo 3. Gerardo Cotticchia 4. Olvany Gasperi 5. Tulio Medina Gianfelice 6. Walter Ranieri 7. Massimiliano Ranieri 8. Carmelo De Grazia 9. Daniel De Grazia 10. Levin De Grazia 11. Daniel Echenagucia 12. Daniel Necol Buttafuoco.
Si tratta di cittadini italiani, alcuni dei quali nati nel nostro Paese mentre altri sono figli di nostri emigrati in Venezuela; ho scritto ai Presidenti delle Regioni e dei Consigli Regionali e ai Sindaci dei territori di riferimento in Italia, chiedendo anche a loro di mobilitarsi per fare conoscere una realtà della quale si parla sempre meno in Italia, nonostante il permanere del dramma umanitario acuito dal terremoto di poche settimane fa.


XV CONGRESSO USEF. FABIO PORTA NUOVO PRESIDENTE, MASSIMO RASO SEGRETARIO GENERALE
( Catania 31 luglio 2026) – A Catania il quindicesimo Congresso Nazionale USEF ha eletto i nuovi organismi dirigenti dell’organizzazione.
L’Unione Siciliana Emigrati e Famiglie sarà guidata da un nuovo Consiglio Generale e da una nuova Direzione. Al Presidente Angelo Lauricella e al Segretario Generale Salvatore Augello, dimissionari con l’esplicito impegno di favorire il rinnovamento dell’organizzazione, succederanno Fabio Porta e Massimo Raso, eletti all’unanimità nel corso del Congresso.
Fabio Porta è attualmente deputato eletto nella Circoscrizione Estero per la Ripartizione America Meridionale mentre Massimo Raso ricopre l’incarico di Direttore AUSER per la Sicilia.
A completare la Direzione sarà una presidenza composta da due donne e due uomini (Daniela Di Benedetto, Laura Bisso, Giuseppe Di Natale e Salvatore Arnone) e da un ufficio di segreteria del quale faranno parte Giuseppe Aprrendi, Salvatore Li Castri, Giovanni Vaiola e Viviana Vacante; dell’esecutivo faranno parte di diritto il coordinatore del Comitato dei Sindaci Giovanni Ferro e gli ex dirigenti Salvatore Augello, Angelo Lauricella e Salvatore Bonura.

Interrogazione dell’’On. Fabio Porta: “Più strumenti per rendere effettivo il diritto degli oriundi a tornare in Italia”
L’On. Fabio Porta ha presentato un’interrogazione a risposta scritta ai Ministri dell’Interno, degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e del Lavoro e delle politiche sociali per chiedere al Governo di intervenire, anche sul piano amministrativo, al fine di rendere effettivamente praticabile il percorso previsto dal recente decreto-legge sulla cittadinanza per i discendenti di cittadini italiani residenti all’estero.
L’iniziativa parlamentare punta in particolare a introdurre uno specifico titolo di soggiorno per ricerca di lavoro o attesa occupazione destinato agli oriundi italiani provenienti da Paesi di storica emigrazione italiana, così da consentire un ingresso e un soggiorno in Italia coerenti con il requisito dei due anni di residenza richiesto dalla nuova normativa per la concessione della cittadinanza.
“Non si può chiedere ai figli dei nostri emigrati all’estero di radicarsi in Italia senza prevedere strumenti adeguati per farlo”, ha dichiarato l’On. Fabio Porta. “La riforma – che continuo a ritenere sbagliata e che ho combattuto – rischia anche di illudere coloro che avevano creduto alla possibilità di ottenere il riconoscimento della cittadinanza a fronte di due anni di lavoro in Italia, come previsto dall’art. 1-bis, comma 2, del D.L. 36/2025. Almeno la si accompagni con misure concrete che favoriscano l’insediamento, l’iscrizione anagrafica e l’inserimento lavorativo di chi intende ricostruire un legame stabile con il nostro Paese”.
Nell’interrogazione si richiama anche la necessità di valorizzare i precedenti amministrativi rappresentati dalla circolare del Ministero dell’interno n. 32 del 2007, che ha agevolato l’iscrizione anagrafica dei discendenti di cittadini italiani, e dalla circolare K.28.1 del 1991, che ha definito la procedura per il riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis.
Secondo Porta, occorre ora un ulteriore passo in avanti: “La disciplina attuale rischia di trasformare il requisito dei due anni di residenza in una barriera di fatto. Servono linee guida chiare e un canale specifico per la ricerca di lavoro, capace di tradurre in realtà il principio dello ius sanguinis e di rafforzare il rapporto tra l’Italia e le sue comunità nel mondo”. “E tutto ciò – continua il parlamentare – in attesa di una vera riforma organica che metta mano a tutta la materia”.
L’interrogazione, quindi, chiede al Governo di adottare linee guida operative rivolte ai consolati e ai comuni, nonché di monitorare gli effetti della nuova disciplina sulle domande di cittadinanza presentate dai discendenti di cittadini italiani residenti all’estero.
IL CAMPIDOGLIO OSPITA IL CONCERTO DI MARIMBA “VOCES Y RAÍCES DEL MUNDO MAYA”: IL SALUTO DELL’ON. FABIO PORTA
(Roma, 4 settembre 2026) — Si è svolto questa mattina, nella prestigiosa Sala della Protomoteca in Campidoglio, il concerto di marimba “Voces y Raíces del Mundo Maya”, promosso dall’Associazione Culturale Ik’ Guatemala APS con l’esibizione del Grupo Ajin Guatemala, diretto dal compositore e direttore musicale Oscar Fernando Ajin Vasquez.
All’evento, assieme all’Ambasciatrice del Guatemala a Roma, ha portato il saluto introduttivo l’on. Fabio Porta, componente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati.
“Ho voluto essere presente a questo concerto perché iniziative come “Voces y Raíces del Mundo Maya” rappresentano un ponte importante tra le culture e le comunità che vivono in Italia e le loro radici d’origine” ha dichiarato l’on. Porta. “La marimba del Grupo Ajin ci ricorda quanto la diversità culturale, quando trova spazio nelle istituzioni come il Campidoglio, diventi una risorsa preziosa per il dialogo tra i popoli e per la costruzione di una società più aperta e inclusiva. Ringrazio l’Associazione Ik’ Guatemala APS per l’impegno con cui promuove la conoscenza del patrimonio culturale maya e guatemalteco nel nostro Paese.”
Il concerto ha incluso brani come “Principal del Pueblo – Tixel Ru Tinamit”, “Vuela Quetzal Vuela” e “Mosaico de Marimba”, molto suggestivi ed espressione viva della cultura guatemalteca.

PORTA: “O CANTO DA CUCAGNA” PORTA A VENEZIA LA MEMORIA DELL’EMIGRAZIONE ITALIANA IN BRASILE
L’Associazione di Amicizia Italia-Brasile al fianco del progetto cinematografico italo-brasiliano presentato nell’ambito della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia
L’On. Fabio Porta, Presidente dell’Associazione di Amicizia Italia-Brasile, esprime soddisfazione per la presentazione, nell’ambito dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, di O Canto da Cucagna, progetto cinematografico italo-brasiliano diretto da Edoardo Mariani e dedicato alla storia dell’emigrazione italiana in Brasile.
L’Associazione di Amicizia Italia-Brasile, da anni impegnata nella promozione e nel consolidamento dei rapporti culturali, sociali e istituzionali tra i due Paesi, ha scelto di affiancare un progetto che restituisce, attraverso il linguaggio cinematografico, una pagina fondamentale della storia condivisa tra Italia e Brasile.
«Siamo particolarmente lieti di essere al fianco di O Canto da Cucagna, un progetto che affronta un tema profondamente legato alla storia delle relazioni tra Italia e Brasile», dichiara l’On. Fabio Porta. «La grande emigrazione italiana ha lasciato in Brasile un patrimonio umano, culturale e linguistico straordinario, che ancora oggi rappresenta uno dei legami più forti tra i nostri Paesi. Raccontare questa storia attraverso il cinema significa custodirne la memoria, ma anche renderla accessibile alle nuove generazioni e trasformarla in uno strumento di conoscenza e di dialogo».
Il film prende le mosse dalla figura letteraria di Nanetto Pipetta per rileggere l’esperienza dell’emigrazione italiana di fine Ottocento attraverso un linguaggio che intreccia documentario d’osservazione e reenactment surreale. Il viaggio attraversa idealmente la partenza da Genova e la traversata dell’Atlantico fino al Brasile contemporaneo, dove il racconto incontra comunità, luoghi e testimonianze legati alla storia e all’eredità dell’immigrazione italiana.
«La memoria dell’emigrazione non appartiene soltanto al passato», prosegue Porta. «È parte integrante del rapporto contemporaneo tra Italia e Brasile e costituisce una base sulla quale continuare a costruire relazioni culturali, istituzionali e umane sempre più profonde. È questa continuità tra memoria, identità e futuro che come Associazione intendiamo contribuire a valorizzare».
O Canto da Cucagna è stato presentato il 2 settembre, nell’ambito dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nel corso di un incontro ospitato presso lo Spazio della Regione del Veneto / Veneto Film Commission all’Hotel Excelsior, al Lido di Venezia.
Alla presentazione hanno preso parte il regista e produttore Edoardo Mariani, la sceneggiatrice e produttrice Sabrina Scansani, l’attrice teatrale franco-italiana Elsa Lanzalotta e il Prof. Alessandro Mocellin, docente universitario di Lingua Veneta in Brasile presso l’UFSM – Universidade Federal de Santa Maria. L’incontro è stato moderato da Riccardo Cozzari, fondatore e conduttore di Nostalghia Prodcast.
La presenza del progetto a Venezia ha rappresentato un’occasione per portare all’attenzione del pubblico internazionale una vicenda profondamente radicata nella storia comune dei due Paesi e, al tempo stesso, per evidenziare come quella memoria continui a generare nuove occasioni di collaborazione culturale tra Italia e Brasile.
O CANTO DA CUCAGNA – IL PROGETTO
O Canto da Cucagna è un progetto cinematografico italo-brasiliano.
Diretto da Edoardo Mariani
Attualmente in fase di post-produzione.
Le riprese in Brasile si sono svolte dal 19 giugno al 31 luglio 2026; il progetto è attualmente in fase di montaggio in Italia.
Il film affronta il tema dell’emigrazione italiana in Brasile di fine Ottocento attraverso il personaggio letterario di Nanetto Pipetta, combinando ricerca storica, documentario d’osservazione e una particolare forma di reenactment surreale.
Produzione
Scrigno Production – Italia
Elka Filmes – Brasile
Eccolo Coworking Criativo – Brasile
In associazione con
Hubris Pictures – Italia
Con la collaborazione
Associazione di Amicizia Italia-Brasile
Tra le realtà culturali che affiancano il progetto figurano inoltre
MEI – Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana di Genova
Galata Museo del Mare di Genova
Museu da Imigração di São Paulo
Museu do Café di Santos.
Il film gode inoltre del patrocinio istituzionale della Prefeitura de Porto Velho e della Prefeitura de Serra Negra.

Lascia un commento